Blackout 2003: cosa successe davvero e cosa non è cambiato
Alle 3:01 del 28 settembre 2003, sulla linea a 380 kV del Lucomagno che porta corrente dalla Svizzera all’Italia, scoccò una scarica tra un conduttore e un albero.
Non un attacco, non una tempesta, non un guasto spettacolare. Un albero. I cavi, caldi per la corrente che stavano trasportando quasi al limite, si erano allungati e abbassati di qualche metro, quanto bastava.
La linea si aprì. Il carico si spostò sulle altre, che erano già cariche. Una dopo l’altra cedettero anche quelle. La frequenza della rete italiana scese fino a 47,5 hertz, i gruppi di generazione si staccarono per proteggersi, e alle 3:28 il collasso fu completo.
Ventisette minuti. Tutta l’Italia al buio tranne la Sardegna, Capri e Pantelleria.
Quello che tutti ricordano
A Roma era in corso la prima Notte Bianca. Circa cinquecentomila persone erano in strada tra musei aperti, concerti e locali che per una volta non chiudevano.
Alle tre e mezza la città si spense addosso a tutte loro.
Centinaia di persone rimasero bloccate nelle stazioni della metropolitana. Il traffico impazzì perché i semafori erano spenti. E in un paese che si racconta spesso come ingovernabile non successe nulla di grave: l’allora sindaco parlò di compostezza esemplare, e aveva ragione.
Nel resto del paese quasi nessuno se ne accorse sul momento, perché quasi tutti dormivano.
I numeri che si dimenticano
Centodieci treni fermi lungo le linee nazionali, con oltre trentamila passeggeri bloccati a bordo e nelle stazioni.
Ascensori fermi in tutta Italia, con i centralini di polizia e vigili del fuoco intasati da persone chiuse dentro.
Ospedali passati ai generatori di emergenza. Alle Molinette di Torino, in quelle ore, un trapianto di fegato fu portato a termine comunque.
Il ripristino non fu rapido. Al nord la corrente tornò in mattinata. Al centro e al sud nel pomeriggio. In alcune province della Sicilia la luce tornò solo alle dieci di sera. Per una parte del paese furono più di diciotto ore.
La parte scomoda
Il blackout del 2003 viene ricordato come un evento gestibile. Lo fu davvero.
Ma conviene essere precisi sul perché, perché la ragione non è quella che ci piacerebbe.
Andò bene perché erano le tre di notte. Perché era domenica, e quindi le industrie erano ferme. Perché era fine settembre, e quindi nessuno aveva bisogno di riscaldamento. Perché la maggior parte delle persone dormiva e si è svegliata a luce quasi tornata.
Nessuna di queste è una forma di preparazione. Sono tutte coincidenze di calendario.
Prova a spostare lo stesso identico guasto alle sette di sera di un martedì di febbraio. Le stesse case, la stessa rete, lo stesso albero. Riscaldamento fermo, cene da preparare, bambini da scuola, negozi pieni, traffico all’ora di punta, buio alle diciassette e trenta. È un altro evento, con le stesse cause.
Il 2003 non ci ha detto che siamo capaci di reggere un blackout nazionale. Ci ha detto che ne abbiamo attraversato uno nell’unico momento della settimana in cui costava poco.
Cosa è cambiato e cosa no
La rete è cambiata parecchio. Le interconnessioni sono aumentate, le regole di gestione tra operatori europei sono state riscritte proprio a partire da quell’evento e da quello nordamericano dello stesso anno, e il sistema italiano è oggi molto più difficile da far cadere così.
Le case non sono cambiate quasi per niente.
Nel 2003 la maggior parte delle famiglie italiane non aveva una torcia carica, una radio a pile, contanti in casa e acqua da parte. Nel 2026 la situazione è sostanzialmente identica, con l’aggravante che nel frattempo abbiamo spostato dentro il telefono i pagamenti, le mappe, i documenti, la sveglia e la luce.
Il 28 aprile 2025 la Spagna e il Portogallo hanno perso circa il sessanta per cento della domanda in cinque secondi. Non era il 2003, era l’anno scorso, e la categoria di evento è viva.
Le tre cose che quella notte avrebbero contato
Non è un elenco lungo e nel 2003 sarebbe stato identico a oggi.
Una torcia. Non una candela. Gli incendi domestici durante i blackout lunghi nascono quasi sempre da candele lasciate accese. Una torcia o una luce USB costa poco, non cade, non incendia una tenda.
Contanti in banconote piccole. Nel 2003 i bancomat erano fermi. Nel 2025, in Spagna, erano fermi i terminali di pagamento, che è la stessa cosa vista dall’altra parte del banco. Cento o duecento euro in venti e dieci, in una busta che tutti in casa sanno dove sta.
Acqua già in casa. Nove litri a persona. E se abiti sopra il quarto piano, ricordati che l’acqua sale con una pompa e la pompa va a corrente: nei palazzi alti la pressione se ne va molto prima dell’acquedotto.
Aggiungici, se vuoi essere completo, una radio a pile e qualcosa da mangiare che non richieda di accendere niente.
Cosa fare questa settimana
Guarda la casa come si presenterebbe alle sette di sera di un martedì di febbraio, senza corrente, con quello che c’è adesso nei cassetti.
Poi sistema la cosa più bassa, una sola. Quasi sempre è l’acqua o la torcia.
L’albero del Lucomagno non era un evento straordinario. Era un albero. Ventidue anni dopo, la lezione utile non riguarda la rete elettrica, che nel frattempo ha imparato parecchio. Riguarda le case, che non hanno ancora cominciato.
Vuoi sapere a che punto è la tua? La prova delle 72 ore dura novanta secondi e ti dice qual è la tua linea più debole.

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